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UKE MOCHI - Il cibo attraverso l'arte: Greci e Romani


Molti sono gli aspetti che rendono così affascinante la cultura greca: l’architettura, la lingua, il teatro e la perfezione dei corpi (Soprattutto degli atleti). Il pantheon alimentare fu dominato dalla triade grano, vino olio. Grazie ad Ippocrate, si sviluppò l'importanza del concetto di dieta e cura dell’alimentazione. Nel trattato “Corpus hippocraticum”, il padre della medicina stilò una vera e propria dieta citando orzo e zuppe quali: maza (farina d'orzo stemperata con acqua, olio, miele o latte) e cyceon (bevanda sacra del santuario di Eleusi, a base di farina d'orzo precotto con aggiunta d'acqua, miele o latte e profumata con della menta). La bevanda consigliata nel trattato fu il vino, ad avviso di Ippocrate il migliore tra i beveraggi, mentre invece l'acqua non fu considerata raccomandabile a causa delle scarse condizioni igieniche. Un testo risalente al IV secolo a.C. precisa che la città di Delfi doveva fornire, ai pellegrini ivi giunti per effettuare le loro devozioni, il giorno stesso del loro arrivo "maza, carne e vino a piacimento". L'attenzione degli antichi studiosi per la dieta è testimoniata da Galeno, che nel trattato “La dieta dimagrante” (Peri leptynouses diaites) pubblicato intorno al 180 d.C. offriva suggerimenti ancora attuali: meglio assumere verdure anziché cereali; non eccedere con la carne, specie quella di maiale e limitare i latticini. Scrisse inoltre Galeno, "la dieta è l'arma più potente della medicina".

Conquistatori per eccellenza, questo ed altro furono i Romani. Attenti ai rituali, in cucina adoperarono diverse strategie; di solito mimetizzavano gli ingredienti dei vari piatti manipolandone il sapore, allo scopo di insaporire le pietanze, e mascherare gusto e odore poco gradevole di cibi non sempre freschissimi. Con le guerre di conquista e lo sviluppo commerciale i romani iniziarono introdurre nelle ricette nuovi ingredienti, in particolare le spezie. Una delle testimonianze sui gusti culinari dei romani è il “De re coquinaria”, libro di cucina attribuito aMarco GavioApicio; in cui vengono illustrate pietanze tradizionali, e piatti insoliti, a base di pavoni, fenicotteri o gru.

I banchettierano pasti collettivi caratterizzati da ritualità, Ospitalità e Doni. Inizialmente consumati nell’ atrium, con il passare del tempo naquero i Triclini stanze apposite in cui si cenava sdraiati. La consuetudine di cenare sdraiati, si diffuse grazie alle influenze orientali, (già gli Etruschi erano soliti a questa pratica). Questa posizione, apparentemente scomoda, permetteva però ai commensali di ingurgitare una maggior quantità di cibo, e di assopirsi tra una portata e l’altra. Intorno alla tavola principale imbandita con Antipasti (Olive, crostacei, salsine), Almeno sette piatti principali e Dessert; vi erano tradizionalmente tre letti, da destra a sinistra detti: “Summus”, “Medium” e “Imus”. Il posto d’onore (Locus Consularis) era riservato all’Imus, mentre al padrone di casa spettava il Summus, dall’età imperiale, i tre letti vennero sostituiti da uno unico di forma arcuata detto “Sigma”. A fine del banchetto c’era l’ultima parte della serata: la “Comissatio”, in cui si ingurgitavano grandi quantità di vino. Questo dopo cena tra brindisi e attrazioni varie, poteva protrarsi fino a notte inoltrata. L’atmosfera poteva essere decorosa o volgare a seconda di come il magister bibendi intendeva condurre la serata. Afine serata, il padrone di casa offriva, ai suoi ospiti degli “Apophoreta”, piccoli doni quali oli essenziali e profumi generando a volte situazioni curiose e simpatiche, Marziale racconta che alla fine di un banchetto, ad un commensale calvo toccò in sorte un piccolo pettine.

Articolo di Miriam Caruso

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